Dai campi da gioco di Ascoli al seggiolone più alto del mondo. Intervista a Fabrizio Pasquali

Ed oggi, Fabrizio che effetto fa essere un arbitro Mondiale?
"Il Mondiale di Milano è stato il coronamento di un anno davvero strepitoso per me. Iniziato con la finale dell'Europeo, poi quella dell'under 23 in Brasile, il match decisivo per lo scudetto maschile, che ha visto poi la vittoria della marchigiana Lube, e poi la World League in Australia. Insomma un periodo intenso e bellissimo, nel quale credo di aver tenuto alto il nome dell'intera classe arbitrale italiana e della Federazione Italiana Pallavolo. Cosa di cui vado fiero".
Come si diventa un arbitro internazionale?
"È un percorso lungo e che prevede certo molta dedizione e molti sacrifici, ma è un percorso che chiunque, con la giusta motivazione e passione, può affrontare. L'inizio della mia carriera è stato dettato dal caso, ma poi c'è l'ho messa tutta per arrivare ad alti livelli e c'è l'ho fatta. Ho cominciato nel 1985 e sono stato particolarmente fortunato, a 29 anni ero già in serie A e a 33 ero diventato arbitro internazionale".
Chi è stato il tuo punto di riferimento, il tuo Maestro?
"Senza dubbio Luciano Gaspari di Ancona, ora responsabile dei giovani di serie B. Posso dire che ancora oggi mi sento con lui praticamente ogni giorno".
Il momento più difficile nella finale di domenica scorsa al Forum di Assago di Milano?
"Un episodio alla chiusura del 1 set. Ho avuto una chiamata tecnica non semplice e la situazione non era di facile gestione, considerando che la tensione ed il pathos in momenti come quelli sono alle stelle e che sai di avere gli occhi di milioni di persone puntanti addosso. Fortunatamente però sono stato reattivo e fermo, dando prova delle mie capacità e di essere un arbitro adeguato al match. Un messaggio che è arrivato anche alle squadre e agli allenatori. È in momenti come quelli che l'attenzione sull'arbitro si allenta perché tutti sono convinti della sua autorevolezza".